...Parole, suoni, fantasmi nella nebbia...
...c'è stata questa irruzione di Jonathan Carroll nella mia vita...un mondo fatato di bambini...amici immaginari...delusioni cocenti...vite irreali nelal realtà più assurda...insomma un mondo che è sempre stato tutto mio...deviato...quelli che chiamano freaks...nerds..credendo di insultare...ma slegandosi da quelle logiche di filmetto americano in cui il nerd di turno, poi alla fine vinceva il turno, trovava la ragazza, e le solite stronzate di turno...mai avuta voglia di entrare a far parte di un sistema....di cui comunque facciamo già parte......il dvd di Apocalypse Now d aparte a me......si potrebbe parlare di questi mariti assassini...di come ormai tutti scaricano le proprie azioni su rapinatori stranieri...sui Nas a scuola......sul crack del bronx americano...sui Low...gli Slint.......sul epzzo straordinario qua sotto di Dario Stefanoni, un amico vero....immenso....luminoso....tenetelo d'occhio il ragazzo....lui è uno dei Subcasotto....
PALINDROMI (Palindromes, 2004)
Soggetto,sceneggiatura e regia di Todd Solondz
Interpreti: Ellen Barkin, Jennifer Jason Leigh, Richard Masur, Stephen Adly Guirgis, Rachel Corr.
Fotografia:Tom Richmond
Scenografia: Dave Doernberg
Musica: Nathan Larsson
A dead foetus in the dollhouse
“Tutti finiamo come abbiamo iniziato. Nessuno di noi cambia. Crediamo di cambiare, in realta’ siamo sempre uguali. Se oggi sei un tipo malinconico, lo sarai per sempre. Se oggi sei spensierato, lo sarai anche da adulto. Puoi dimagrire, avere una pelle più bella, abbronzarti, rifarti il seno, cambiare sesso...ma sarai sempre tu. Che ti si guardi davanti o dietro, che tu abbia 13 o 50 anni, sarai sempre lo stesso”
“Allora non c’é speranza?”
“Per cosa?”
Non si sfugge dai palindromi. Si finisce come si é cominciato, sempre. Come i feti morti gettati nella discarica vicino a casa Sunshine. Come Dawn Wiener (1), la bambina protagonista di Welcome to the dollhouse (titolo italiano Fuga dalla scuola media), la ragazzina maltrattata e picchiata e stuprata solo perché brutta, a dire di bulli, belle e adulti, brutta come un ranocchio. Cosi’ insignificante da non meritare né affetto né amore da nessuno. Un tentativo di fuga in quel film non le salvo’ la vita: a dieci anni di distanza vediamo la celebrazione del suo funerale, che apre Palindromi, dove il senso della tragedia messa a tacere nel fuoricampo sara’ chiarita solo piu’ tardi, sfondando lo schermo.
Palindromica – e quindi chiusa in se stessa e asfissiante - é la struttura narrativa del film (come un viaggio che ritorna inesorabilmente al punto di partenza), il nome della protagonista (AVIVA, ugualmente leggibile da destra a sinistra e viceversa), e la disperata morale che ne avanza. Anche qui la protagonista é una bambina, interpretata da otto attori diversi (due donne, quattro ragazze, un ragazzo e una bambina- una trovata geniale e ancora piu’ esasperata di quello che fece Bunuel per Quell’oscuro oggetto del desiderio) per una struttura narrativa in otto episodi che nel finale si ricongiunge ad anello all’incipit. Anche qui la messa in scena é raggelata e sobria, tutta al servizio della lucente e come di consueto sottile sceneggiatura, le immagini di una staticita’ volontariamente paratelevisiva, a ricordare una sorta di sitcom ribaltata, solo piu’ tragicamente reale e insistita (difatti Solondz a livello iconografico si dice più influenzato da tutta la cultura pop televisiva che dal cinema di Fassbinder, ad esempio, uno dei maestri che piu’ ammira). Anche qui c’é una storia di liberta’ negate, anche qui il disperato tentativo di fuga -fiabesco, tenero e triste- di una bambina che dopo essere stata costretta ad abortire, decide di scappare e avere un’altra figlia, l’unico essere a cui poter dare tutto l’amore possibile prima che questo si tramuti in un “tumore” –com’é definito con cattiveria dalla stessa madre di Aviva- che la faccia implodere, come accadde per Dawn (“Non voleva mettere al mondo un’altra Dawn”). E anche qui la fuga, dopo un immaginifico tragitto picaresco che echeggia cromaticamente e per situazioni episodiche Alice nel paese delle meraviglie e Huckleberry Finn, fallisce inevitabilmente, rendendo chiaro il valore effimero e l’ipocrisia di qualsiasi sentimento familiare (la madre di Aviva che dopo l’isterectomia della bambina anziche’ pensare alla figlia, si dispera che non potra’ più avere nipotini) e cristiano (quale il deforme altruismo della famiglia Sunshine, subito evaporato alla notizia della verginita’ violata di Viva, e in realta’ covo di mandanti di azioni criminali) e dimostrando come nonostante tutte le fughe e i cambiamenti possibili (tra cui la diversita’ fisica delle otto interpreti, che potrebbero rappresentare altrettante diverse forme mentali di se stessa) non c’é speranza di scampare a se stessi. Come spiega bene a un’ormai invecchiata Aviva (J.J.Leigh) Mark Wiener, il fratello di Dawn accusato di pedofilia (“Io non sono pedofilo” “Lo so, i pedofili adorano i bambini”), non c’é modo di uscirne. Si finisce come si é cominciato, sempre. Non si sfugge dai palindromi.
Non chiamateli freaks
“Something that drives me crazy is when I hear people talk about some of the actors in my movies, or about someone I’m considering casting, and they say, “Oh, that person is perfect because he or she is so grotesque, so disgusting.” And they assume I share these feelings.”
Todd Solondz
Dai tempi di Happiness, uno dei film piu’ duri e onesti degli ultimi vent’anni di cinema americano, dalla narrazione ad affresco corale altmaniano (come Magnolia e America oggi), lo sguardo di Solondz mette seriamente in imbarazzo lo spettatore. Che non sa piu’ se ridere o spaventarsi. Preoccupatisi anche i critici a quale genere incasellare i suoi film, a come codificarli, si é optato per l’accomodante categoria del ‘grottesco’, ci si é limitati a definire i suoi amati personaggi come ‘freaks’, ad accusare il regista di ‘sfruttamento’ degli attori con deformita’ fisiche, ‘cinismo’, eccessiva ‘freddezza’. Un po’ come si fa per un altro pericoloso eretico del cinema, l’austriaco Ulrich Seidl, o per lo statunitense Harmony Korine (con cui tra l’altro Solondz condivide lo scenografo indie Doernberg). D’altro canto, Solondz nega tutto. Dice che il suo umorismo é tutt’altro che caustico e algido ma passionale, umano; ed é proprio questo a far paura: il fatto che i personaggi, le situazioni e i dialoghi dei suoi film siano cosi’ sfacciatamente umani, cosi’ fastidiosamente realistici, preoccupa tutti, distributori compresi.(2) Il fare cinema di Solondz é del resto di un’indipendenza feroce e radicale; in un‘intervista concessa a un Alias di un paio di anni fa, il cineasta americano diceva di rifiutare violentemente qualsiasi tentativo esterno di stravolgere i suoi film sotto ricatto economico (gli furono offerti anche diversi script scritti da altri da girare, tutti rifiutati), anche qualora questo significhi dover aspettare degli anni per riuscire a portare a termine un suo film (del resto i suoi lungometraggi, dagli anni ’80 in qua, si contano sulle dita di una mano). Anche a livello tematico le sue opere sono piuttosto scomode e quanto di piu’ lontano da una prospettiva mainstream; si confronti lo stesso Palindromi: aborto, stupro, omicidio, pedofilia, il cristianesimo integralista, persino l’11 sttembre 2001, il tutto trattato senza un ombra di giudizio moralistico –se non quello dei personaggi stessi, perlopiù inattendibili- o di forzata enfasi (melo)drammatica che possa quantomeno orientare (e rassicurare) lo spettatore. Allo stesso modo, in Palindromi non vi é demarcazione precisa e aprioristica tra bene e male, dato che chi la delinea per primo é spesso colui che per primo sta anche per commettere una violenza (come la famiglia Sunshine mandante dell’omicidio). E il fatto che una scena sia ironica come agghiacciante é semplicemente dovuto al fatto che l’esperienza umana nella sua complessita’ non é mai riconducibile a un solo sentimento, una sola convinzione. Anche di questo ci racconta Solondz. Di noi.
(1)La caratteristica di tenere in vita i propri personaggi oltre il singolo film e di richiamarli nei film successivi é un tratto distintivo di tutti i film di Solondz ed é una pratica comune a un altro regista nativo come lui del New Jersey, e come lui indiefenomeno di culto, Kevin Smith.
(2) In Italia, nonostante abbia concorso al Festival di Venezia del 2004, Palindromi non é mai uscito in sala e anche in USA ha avuto seri problemi di distribuzione.
Dario Stefanoni
Feelings (1984) – cortometraggio-
Schatt’s Last Shot (1985) – cortometraggio-
Fear, Anxiety and Depression (1989)
Welcome to the Dollhouse (tit.it Fuga dalla scuola media, 1995)
Happiness (1998)
Storytelling (2001)
Palindromes (2004)
Life During Wartime (2008?)
-Presentazione e proiezione di film indipendenti americani-
Breve panoramica su alcuni cineasti statunitensi indipendenti e importanti, di oggi e di ieri, più o meno radicali e seminali, ai margini o in netta opposizione alle logiche industriali delle major hollywoodiane. Indipendenza artistica intesa anche e
soprattutto come capovolgimento e sminuzzamento di stilemi (meta) narrativi, tematici, formali e quindi politici. Aria fresca.
Martedi’ 29 maggio: PALINDROMI (2004) di Todd Solondz
Martedi’ 5 giugno: GUMMO (1997) di Harmony Korine
Martedi’ 12 giugno
Martedi’ 19 giugno: DRUGSTORE COWBOY (1989) di Gus van Sant
Martedi’ 26 giugno: STRANGER THAN PARADISE (1984) di Jim Jarmusch
Martedi’ 3 luglio
Le proiezioni si terranno a partire dalle 21.00
Presso la libreria Nessundove Shop
Via S.Tommaso Del Mercato 1c angolo Malcontenti (Bologna)
“Album dedicato a quei momenti in cui il mondo intorno si confonde, pian piano scompare e quello che rimane, i dettagli, si fa chiaro, a volte doloroso a volte necessario”, così recita la presentazione di Endless Night, l’album di Gabriel Sternberg, giovane cantautore italo-tedesco di stanza a Milano, edito dalla Canebagnato Records, in una confezione cartonata dalla linee e paesaggi adombrati di bianco e nero, (a cura di Caterina Pinto), che personalmente mi ha riportato, (con immenso dolore) nell’universo disegnato da Craig Thompson, in quel capolavoro dei sentimenti che è Blankets.
Ascoltare questo album fa male.
Tanto male.
Nei primi giorni da che mi era stato spedito ero stato capace solo di ascoltare una canzone alla volta, Marzena, così scarna, l’oscurità malinconica dei cuori di Nick Drake-Elliott Smith rappresa in quella chitarra, in quel sussurro, in quelle pause dove ci può stare tutta quanta la tua vita…e sono stato costretto a fermarmi, a prendere fiato per poi ricominciare infilandomi nelle aperture di willow tree, dove Gabriel Sternberg supportato da Christian Alati, finge di cambiare umore senza mai farlo in verità, perché quella frasi finali…“although i am all alone // you’re standing here, by my side”...mi restituiscono al dubbio che nulla nella mia vita sia cambiato…che nulla di quanto io stia vivendo sia davvero reale…e così il disco l’ho richiuso senza azzardarmi per qualche giorno a riascoltarlo…perché tutte le canzoni mi sembravano così simili una all’altra nell’umore…come se Gabriel volesse cantare una sola canzone lunga un album e poi…ecco…in pieno maggio ritorna l’autunno…carico di vento forte e pioggia gelida e l’album mi ha attirato a sé…come una donna irraggiungibile…la tristezza da città deserta di soon…sotto un cielo limpidissimo nella sua desolazione che sembra trovare un tiepido chiarore nelle vaghe reminiscenze alla Kings of Convenience…fino ad arrivare alla coppia di canzoni che più mi hanno scosso l’animo…la strumentale silent day col pianoforte accompagnato dal sommesso brusio di voce lontana…come un funerale che scorre lungo le vie di un paese dalle finestre sbarrate…e la successiva with you dal ritmo avvolgente di un ballo ipnotico..ad occhi chiusi…le dita che si sfiorano e si allontanano “still I won’t forget single day…// with you//…..come in una delle prime canzoni di Maximilian Hecker…la ninna nanna sussurrata sul dorso di un letto o sul manto di un bosco autunnale di Close to me fino a concludersi con la traccia che da il titolo al disco: endless night, nella semplicità di voce e chitarra…“in your arms i’m sleeping…the deepest dream”…ed è proprio in queste ultime parole, che non lasciano tregua al cuore, che viene custodito il piccolo gioiello che è questo disco.
Contatti:
www.myspace.com/gabrielsternberg
...con in testa i Sigur Ros...da quasi 4 ore sono senza lavoro....una liberazione per precipitare....vorrei che non smettesse mai di piovere......mesi interi.....
“pare che quando le cose
girano nel verso giusto
ci vengano riconosciuti meriti su meriti
per aver fatto delle gran cose alle quali
non abbiamo mai nemmeno pensato
e subito un altro strato di leggenda
riveste la nostra opera
cui non si dovrebbe credere
ma che nondimeno viene
creduta
e questo è il motivo per cui tanti
cosiddetti geni in realtà sono dei
cazzoni
e così tanti cazzoni sono
dei cosiddetti critici
letterari”
(da “Secoli di bugie”, Charles Bukowski, estratto dalla raccolta “Santo cielo, perché porti la cravatta?”)
Bruciano rifiuti al posto dei libri.
In quel di Napoli.
Dispensano diossina ai quattro venti come incenso sulla bara deposta nella navata centrale. Sessant’anni fa i nazisti si purificarono nell’assenza, condensando in roghi isterici la presunzione di controllare la parola. Illusione quanto mai vendicativa, constatati gli esiti del loro cumulo di rovine.
Spesso mi chiedo quale odore emanerebbero gli scrittori odierni bruciati in un rito collettivo. Inodori? Il 99 % di loro nemmeno ha sostanza da abbrustolire. Impossibili da bruciare? Appurata la loro consistenza da fantasma. E che mai nessuno si appelli alla figura di Giordano Bruno arso vivo dall’Inquisizione.
Voi direte anche tu sei uno “scrittore” (?) dominato dalla presunzione, perché di libri ne hai pubblicati ben due: scrittore non lo sono certamente perché nemmeno nella Terza Categoria dei Libri potrei essere inserito. Ma nel caso ne siate convinti, bruciate anche me, non sentirete la mia mancanza.
Di libri si vive, si muore, ci si ammala, ci si innamora, se ne scappa lontano, ci si droga, se ne farebbe volentieri a meno.
Sono giorni che arranco dalle biblioteche alle librerie, dal cassone sopra il mobile alle riserve segrete di mia sorella, dai quotidiani alle riviste, alla spasmodica ricerca di qualcosa da leggere. I farmaci non assunti e l’eterno mal di stomaco stimolano solitudine, pensieri negativi e il cuore ha bisogno di respiro. Sottolineare, attendere l’illuminazione che tarda a venire, riempire pagine bianche con tonnellate di altro bianco.
Di scrittori se ne parla troppo, ne parlo troppo, è tutto tempo perso, assecondando il rituale copione rituale da quattro chiacchiere scambiate durante l’happy hour ma preferisco scriverne e parlarne altrimenti sarei spinto a colpirli in maniera ancora più drammatica, crudele, feroce, nella mia ossessione. Gordiano Lupi s’è sentito in dovere di scrivere un paio di libri sulla situazione odierna della letteratura, dei corsi di scrittura, delle case editrici truffa, degli scrittori apostrofati negli inserti culturali come capisaldi della letteratura italiana, (i vari Moccia, Faletti, Scurati, Baricco, Citati, Eco, Ammanniti, Vespa) sfoghi personali di un uomo profondamente innamorato della scrittura/lettura, con i propri gusti, le proprie attenzioni, le proprie rivalità, tendenze, ma purtroppo questi suoi libri mi appaiono così teneri, buoni, in fin dei conti, carichi di ironia e di leggerezza.
Non grondano disgusto, violenza, desiderio di fare tabula rasa reale.
Dell’amore romantico mi sono disfato secoli fa.
Ma ho così tanto desiderio da essere ossessionato e talvolta disgustato dalla parola, dalla pagina scritta, i libri gravitano a ridosso dei miei timpani, dei miei nervi, dei miei denti, delle mie dita, nel sudore che m’inzuppa le mani, nei sogni e negli incubi quotidiani e se sto camminando per strada e trovo scatoloni adibiti alla raccolta del cartone, non posso fare a meno di rovistare al loro interno appena vedo spuntare delle copertine, i libri sanno configurarsi come persone: Infinite Jest o Fuoco Fatuo sono molto più reali di mio zio, della maggioranza dei miei cugini, compreso vaste sezioni del mio corpo.
Scorrono nel sangue.
Amore e odio.
Gestazione e ultimo respiro.
Si riempirebbero centinaia di migliaia di navi cargo con la valanga di libri pubblicati ogni anno.
Una torre di Babele che sembra non crollare mai.
Un mondo costruito su fiere del libro cestinate in ex reparti produttivi di fabbriche simbolo del gusto italico; castelli ristrutturati dove gli scrittori hanno rimpiazzato cappa e spada; ville liberty dal parco lussureggiante dove sorseggiare tè; viali spogli di bar, gelaterie, agenzie immobiliari, mimi-bambini impegnati con una Cappuccetto Rosso ridotta ad una telenovela di moine e gote paonazze, banchetti e gazebo sullo stile quaranta giorni nel deserto del Sinai; dibattiti-diatribe-markette da scuola materna sbandierate sui quotidiani nazionali e locali da critici istruiti all’università della propaganda (prendersela con D’Orrico è riduttivo, non è che uno fra i tanti giornalisti/critici che dovrebbero essere presi a calci in culo), presentazioni e aperitivo con lo scrittore vestito di tutto punto (giacca e cravatta, tailleur scollato su scarpe col tacco a punta) o col look il più simile possibile alla triade Bukowski-Cobain-Love (camicine a quadretti, magliette a righe o del gruppo preferito, trucco pesante o acqua e sapone, sottovesti e frangette, All Star e braccialetti, occhiali rigorosamente ad ape o con montatura nera pesante, birra calda e Pall Mall rosse chiamate rigorosamente “paglie”); festival nazionali-internazionali-provinciali con lo scrittore quotato alla Borsa di New York col ticket prefissato da evento impedibile, raggiungendo le sublimi vette dell’assurdo che per ascoltare (senza dimenticare le restanti e più vitali e redditizie motivazioni come: scattare foto, farsi autografare una copia del nuovo libro, consegnarli il consueto manoscritto) un mediocre autore leggere i brani più significativi, sperticarsi in elucubrazioni filosofiche alla Gianfranco Funari–Adriano Celentano-Roberto Benigni-Dottor Morelli o in patetiche lamentele politico-sociologiche sulle minacce appena ricevute dalla malavita organizzata, costi quanto ammirare la Cappella Sistina; prefazioni-recensioni entusiaste compilate dall’amico dell’amico per l’altro amico o dello pseudo scrittore che come uno stampino regola a seconda se sia esordiente oppure no, del target-sesso-casa editrice, il messaggio preconfezionato da realtà lobotomizzata (caro Siciliano non mi manchi per niente); concerti–dischi-evento alla Subsonica/ Wu Ming (sì quei Wu Ming dei quali avete letto una recensione) per nascondere dietro ai proclami, le moderne tecnologie, l’accuratezza grafica/citazionista dell’edizione pochezza; comparsate da Ecg lobotomizzato sullo schermo televisivo a rinverdire in un salottocasadiriposo il mito dell’intellettuale (vedi i flemmatici Augias-Elkan che aristocraticamente accavallano le zampe su comodissime poltrone, rimpiangendo puntualmente il tempo aureo della letteratura per poi apprezzare a loro volta libri spazzatura o quelli già recensiti entusiasticamente da altri recensori) o in quiz televisivi spalleggiati dal comico col carrello della spesa, nella figura di guida turistica di studenti già pronti per i futuri “milionari” preservali oppure ancora, riciclandosi come presentatori che fanno marketta ai propri libri (Lucarelli, Buttafuoco); editori-capiredattori-grafici che sarebbero capaci di gestire a proprio piacimento un centro commerciale (in special modo inseriti nel reparto alimentari e più precisamente nella produzione/confezione di pane surgelato)- un’agenzia interinale e una beauty farm, vista anche l’aria linda-precisa-fashion degli scrittori odierni (anche l’occhiaia, la barbetta, il pallore non sono molto distanti dalle labbra al botulino) e dei volumi che farebbero davvero il loro figurone nei negozi per ragazzini sotto i 14 anni.
I soliti lamenti acidi di un fallito, direte voi.
Sì, forse.
Ma il disgusto sale ogni volta che metto piedi in uno di questi appuntamenti.
E Villafranca, cittadina situata nel piattume della pianura-padana veneta e memorabile per un castello dalla fortificazione integra e da un micro museo del Risorgimento con la polvere e le ragnatele nelle teche dove venivano custoditi fucili, daghe, baionette, spade, è stata proprio una di queste occasioni, dove tastare il terreno del mio orrore.
...si sta ultimando un piccolo scritto su scrittori, fiere del libro, autori e sfoghi personali...sarà abbastanza duro...e diretto...cercando di impostare il discorso in una maniera diversa....e più aggressiva....un attacco anche a me stesso...e alle dinamiche che io stesso alimento...........sono anche abbastanza nervoso al solo pensiero di Bologna....quella diavolo di presentazione.....chi verrà di voi, scriva che così mi cagherò ancora più addosso...gli altri mi prendano di sorpresa...anche se sono una persona nervosa......molto.....arriveranno credo delle mele marce.........................e anche ogni altro genere di animale...come quello in copertina di un libro di Carroll.........
...ci si difende col tempo...ieri tanto caldo in quel di Villafranca....poca gente...meglio, da un certo punto di vista......però ho conosciuto due persone in gamba...semplici...che si sono fatti chilometri per conoscermi...li ringrazio vivamente di quanto hanno fatto...ed anche di avermi offerto da bere per ben due volte...............in quelle situazioni il mio odio per il restante ambiente pseudo-vero-finto-trash-serio-chic-alto-basso-letterario raggiunge l'apice e mi ha portato persino a vedere Le Crociate quando sono tornato a casa.....fra poco di tre ore altra visita...si vive di visita e aria...anche così va bene....domani se riesco, concerto degli Sparklehorse a Milano....
"Nell'incertezza goditi il tempo che ti resta" ...parole stridenti che mi accompagnano da sempre ma senza avermi mai convinto...ghost in the sky...leggo di violenze abituali ai danni degli omosessuali nel Polesine...luoghi dove sono stato due settimane fa...confido in una piena di quel Po che sta morendo che li sommerga tutti quanti...altre parole non ce ne sono...e mentre aspettavo ieri fuori dal parrucchiere ....parlavo con Emilio, il padre di un ragazzo della mia età, delle trasformazioni in atto nel mio quartiere...raccontava che "Lì c'erano le stalle con le bestie dei genitori di Padre Brenna....qua, proprio dove siamo noi, il pergolato, poi il pozzo, e poi ce n'era un altro di pozzo, più grande, sotto il porticato, e poi dietro l'angolo il portone gigantesco da dove si entrava nella corte dei tuoi nonni...c'era una cantina meravigliosa..."....al suo posto ora sta sorgendo un palazzo di non so quanti piani...ricordo ancora il palo della cuccagna, le frittelle che preparava mia nonna con le sue mani ossute...e io che in quei giorni di festa mi nascondevo per evitare il casino, i balli, la troppa gente, la processione con la statua di San Rocco...mia sorella dice che "Dove un tempo abitavano i Romani...puoi vedere tracce della loro presenza in quei mattoni...in quelle viscere aperte nel suole....ora ci sono le buce dei garage....i piloni di cemento...."...forse adesso starete pensando al ragazzo della via Gluck di Celentano......un po' sì....i Devastatori veri sono proprio gli amministratori, gli architetti, gli ingegneri, gli agenti immobiliari, le persone che sono nate qui e che hanno preferito dimenticate, svendere, fare palate di soldi e poi continuare a lamentarsi....
oggi
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